Elementi d’Irlanda

Vi segnalo il primo libro interattivo di una lunga serie, completamente gratuito,scaricabile sullo store ibooks. ”Elementi d’Irlanda”,  come svela chiaramente il titolo, vuole portare il lettore alla scoperta degli elementi che caratterizzano l’isola di smeraldo. Molte persone conoscono il mal d’Irlanda, quel sentimento di malinconia provata ripensando alla natura incontaminata di questa terra, alla gentilezza delle persone, al buon cibo dei pub, alla musica tradizionale e alla magia percepita durante un’indimenticabile vacanza. Questo libro interattivo, con all’interno curiosità e scorci spettacolari, vuole parlare ai cuori delle persone che amano questo luogo ricco di fascino, e a chi, ovviamente, ancora deve esplorarlo.

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Entrate nello store ibooks, e cercate ”Elementi d’Irlanda”, oppure digitate Amanda Pitto o Amanda Pitto Melling, e lo troverete, pronto per essere letto e farvi sognare un poco. Buona lettura!

Vi ripropongo l’inizio di tutto…

Mi ritrovo in un momento delicato,  alle porte di un cambiamento imminente. Chiudo con il passato e mi preparo per un futuro incerto, dove ancora devo capire se esiste un posto dove collocarmi, in senso letterario, ovviamente. E come sempre accade, il primo desiderio è di guardarsi indietro. Così ripenso a quel racconto che ho scritto nel 2003, ”Sara”, mandato al concorso ”Fonopoli parole in movimento” quasi per scherzo. Quel racconto che è arrivato secondo e mi ha fatto piangere dalla felicità. Ripenso alla serata di premiazione, con Renato Zero che mi sorrideva, mentre sul piccolo palco mi sentivo imbarazzata. E mi vengono in mente anche gli artisti che parteciparono alla premiazione, come Valentina Giovagnini, che purtroppo ora non c’è più. Una  cantante speciale, con uno stile inconfondibile. E così vi ripropongo quel racconto, in questo articolo. Per chiudere il cerchio e iniziare a tracciarne uno nuovo.

Sara
Corse nella notte per cercare una speranza. Corse nella notte per scappare dalla morte, ma inciampò in un ramo e cadde. Un’ombra si avvicinò oscurando l’ultimo fragile appiglio alla vita. Due grandi mani sul collo evocarono il terrore che precede la fine.

Sara. Capelli biondi, pelle chiara, e uno sguardo enigmatico, timido.
Sara e la sua voglia di cambiare l mondo, di lottare per un’ideale, di credere nella vita. La stessa vita che l’ha tradita, derisa, ingannata, ed infine uccisa. Posso ricordare il suo dolce sorriso, anche ora, anche qui, in mezzo ai commenti di chi aveva conosciuto una ragazza strana e introversa, in mezzo a tanti cuori senza quel piccolo fuoco che come una fiaccola accompagnava i suoi passi.
Sara era la luna che rischiarava il cielo, mentre camminavo nelle tenebre alla ricerca di me stesso. Sara.
Una amara pioggia bagna il mio corpo asciugato dal dolore, e mi riporta violentemente alla realtà. Tutti si sono incamminati. I genitori, e di seguito gli amici, i conoscenti. Ma al fratello non è stato permesso assistere al funerale, altrimenti l’avrei ammazzato con le mie stesse mani. Il mio non è odio, o rancore, è solo voglia di giustizia. Mi accorgo che nel frattempo le persone si stanno incamminando verso il cimitero. Le raggiungo rapidamente.
Un pensiero continua a tormentarmi: Sara non avrebbe mai voluto essere ricordata così. Avrebbe preferito essere salutata con gioia, ritornare alla terra con onore e libertà.
La mia mente torna alla sera in cui ci siamo conosciuti, in quel giorno caldo d’estate ad una festa di paese.
Sono rimasto immediatamente colpito, dalla sua bellezza, dalla sua ironia, dal suo carisma. Era diversa da tutte le altre ragazze che avevo conosciuto, la sua passione e il suo coraggio di vivere la rendevano speciale agli occhi di un tipo come me, forse un po’ annoiato, superficiale.
Pochi giorni con lei sono bastati per cambiarmi.
Dopo quella festa ci siamo rincontrati in un pub, e bevendo birra e parlando per ore, ho conosciuto e apprezzato lati di me nascosti da una patina perbenista. Si, posso senz’altro affermare di essere rinato, grazie a lei.
L’educazione rigida e le regole sociali di cui mi ero nutrito per anni, mi avevano reso arido. Sono bastati pochi attimi e quella ragazza mi ha aperto la porta di una dimensione sconosciuta e sensuale, fatta di nuove invitanti sensazioni.
Il nostro rapporto è cresciuto velocemente, ed una notte, finalmente, ho conosciuto quella Sara che in paese veniva evitata dalla gente per timore, superstizione.
Posso dirlo, è tutto vero. Il vociferare su di lei, sui suoi incontri notturni nel bosco, sul suo strano modo di interpretare il destino, Sara era una strega. Ed io ho visto, ascoltato, amato il suo potere.
Anche se ora me ne rendo conto, sono stato complice della morte, che si è riservata crudelmente su di lei.
Ma no, non è crudeltà. Come avrebbe detto nella sua saggezza, la natura segue una ruota inesorabile dove la vita e la morte si susseguono senza concezione di bene o male, e soprattutto oggi, in questa occasione, non devo dimenticare ciò che ho imparato.
Mi ha preso per mano e mi ha accompagnato nel bosco. Dove celebrava la vita, dove onorava la terra, con le sue sorelle, con le altre streghe. Ed è stata la notte più emozionante che abbia mai vissuto.
Il suono dei tamburi ha risvegliato quella parte di me primordiale che inconsciamente avevo sempre represso. Sono potuto rinascere, simbolicamente, con antichi riti che rievocavano sensazioni lontane e istinti atavici, sono stato benedetto a divinità e spiriti a me sconosciuti, che da allora sono diventati complici della mia nuova natura.
Ho vissuto inebriato la mia nuova realtà, innamorandomi della vita.
Niente più poteva intimamente toccarmi del mondo “là fuori”, la frenesia, la superficialità, la noia, non esistevano più.
I genitori di Sara erano preoccupati per la figlia. Nella loro concezione del mondo era ribelle, probabilmente troppo fragile per liberarsi da quelle che definivano cattive abitudini, come rientrare sempre all’alba, non conformarsi alle piccole regole di quieto vivere a cui erano legati in modo ossessivo.
Per noi era assolutamente ridicolo.
Ma loro non sapevano. Erano troppo impegnati a sopravvivere, a raccontarsi la vita, a seguire i loro preconcetti. Se avessero scoperto cosa in realtà facevamo ci avrebbero chiusi in camera gettando la chiave, lasciandoci meditare fino al giorno in cui saremmo rinsaviti.
Questo è un piccolo paese, con molte malelingue, nessun segreto è al sicuro qui. Avremmo dovuto stare attenti, invece, ingenuamente, ci siamo dati appuntamento al limitare del bosco, anche quella notte, senza sapere quello che sarebbe accaduto.
Qualcuno aveva avvertito il fratello dei nostri movimenti. Così quella sera ci seguì, ed arrivò al luogo della celebrazione subito dopo di noi.
Si nascose dietro ad una quercia e ci osservò tutta la notte.
Non credo che avremmo potuto fare qualcosa per fermarlo. lui ci aveva condannato ancor prima di scoprire tutto, imbottito di pregiudizio e odio.
La luna quella notte scese per noi, e si unì alle nostre danze. Un’ultima volta.
Sara accese l’incenso e purificò lo spazio sacro. Evocò gli elementi e tutto si compì con la benevolenza della natura. Quando le ragazze, nude e bagnate dai raggi della luna, intonarono un canto, il fratello, pieno di rabbia, uscì allo scoperto.
Quando Sara lo vide le si raggelò il sangue. Prese il suo mantello e corse, terrorizzata.
Sapeva di cosa era capace, con il suo fare borioso, con la sua prepotenza che aveva già conosciuto, molte volte, dietro l’apparente protezione delle mura domestiche.
In preda al panico, inciampò e cadde. Da lontano potevamo solo sentire le urla adirate di quel ragazzo in preda ad una follia cieca, e poi il silenzio.
Non posso più tornare indietro, e non voglio più pensare a quanto è accaduto.
Non c’è più, e chi l’ha uccisa ha un nome inquietante, una presenza costante:
pregiudizio.
Questa notte ci ritroveremo, e saluteremo degnamente nostra sorella.
Sara, figlia di una natura pura e selvaggia, rimarrà sempre nei nostri pensieri.
Brinderemo in suo nome, e continueremo a vivere onorando i nostri spiriti, i nostri Dei.
Quante donne, come lei, hanno calpestato nei secoli questa terra e nutrito con il loro sangue l’essenza del preconcetto.
Ma continueranno a vivere, ve lo assicuro, e a seguire il loro destino. Continueranno a ridere e danzare nei boschi con i loro segreti, accudite amorevolmente dalla luna.
Perché loro sono libere, sono streghe.

Il Testimone del Diavolo: racconto di un progetto letterario.

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Quando nel lontano 2008 iniziai ad occuparmi del mistero intorno a Lucedio, ancora non conoscevo la quantità massiccia di materiale a cui avrei attinto. Ricordo ancora la sensazione di disagio che provai, passeggiando nella neve in un silenzio tombale, mentre perlustravo quelli che erano considerati luoghi ad alta densità paranormale. Diedi un’occhiata al tempio, di dubbia origine, alla chiesa abbandonata con strane teste di toro nella facciata, osservai il cimitero abbandonato e la tenuta del Principato, per poi tornare a casa senza nulla di eclatante nelle mani. Dovetti ripetere l’esperienza due anni dopo, con la mente sgombra da pregiudizi, prendendomi tutto il tempo necessario, per comprendere a fondo quel luogo carico di energie contrastanti. Mi fermai ad ascoltare, a guardare, e nell’immobilità del momento, finalmente, un’idea mi balenò all’improvviso nella mente: scrivere un libro. Andai su internet, per scoprire con stupore che nessuno aveva ancora fatto nulla del genere.

Per riassumere brevemente l’interesse su Lucedio, mi basta raccontarvi che ci sono video su youtube con migliaia di visualizzazioni, televisioni estere che si sono occupate del luogo, tra cui un’emittente americana, che ha dedicato un’intera puntata su Lucedio, presentata da Linda Blair, (si, proprio quella Linda, la protagonista del terrificante ‘‘L’esorcista’’), nel documentario intitolato ‘’I luoghi più terrificanti del mondo’’. Parliamo dunque di quel Piemonte gotico che tanto ama Argento, quello che fa paura alla gente per bene, quello a cui la maggior parte dei piemontesi non vuole pensare, e che ho cercato di raccontare in un romanzo verosimile, per quanto mi è stato possibile. Perché scrivere del diavolo, senza superare quella linea di confine che ti fa precipitare direttamente nel ‘‘grottesco’’, è difficile, molto difficile. Il progetto è stato fermo per molti anni, prima di decidermi a fare sul serio.

Sono le informazioni raccolte nelle ricerche del gruppo Teses, ad avermi aiutato a creare una rete di avvenimenti e scoperte plausibili. All’interno di questa storia, non ci sono infatti soltanto ‘‘situazioni’’ frutto della mia immaginazione, ma verità e teorie esoteriche che compongono un puzzle molto più grande. E la domanda a cui, implicitamente, il romanzo vuole rispondere è: esiste il diavolo? Grazie a quest’avventura letteraria, ho potuto avere il grande piacere di conoscere Danilo Arona, che ha scritto anche la prefazione per il libro. Un grande scrittore che non solo ha creduto nelle mie capacità, ma ha acceso in me quell’ottimismo che mi mancava, per poter continuare nel percorso di scrittrice. Perché non tutti sanno che, per ignote ragioni, tutti gli scrittori sono perennemente tormentati su ciò che sono, e su come vengono percepiti dal mondo esterno.

‘’Il Testimone del Diavolo’’ ha dunque un illustre prefazione, un introduzione di Luigi Bavagnoli, ricercatore e amico, nonché scopritore del famoso ‘‘Spartito del Diavolo’’, e una postfazione da me curata, con i commenti alla personale ricerca su questo luogo misterioso ancora tutto da scoprire. il libro, edito da Anguana Edizioni, è disponibile in libreria, su IBS e sul sito della casa editrice. E voi cosa dite, esiste il diavolo?

Dalla prefazione di Danilo Arona:

Nella realtà di ogni inverno di “bassa” piemontese, queste nebbie particolari derivano da un certo numero di fontanili interrati che rilasciano umidità con l’alta pressione. All’identica presenza è collegato il presunto miracolo della “colonna che piange”, ubicata nella Sala Capitolare dove si svolsero cruente torture al tempo dei monaci assatanati: la spiegazione consiste nella pietra molto porosa della colonna che cattura l’umidità del luogo per rilasciarla poi in un altro momento. La storia, la suggestione, la voglia di credere che qualcosa resti per fortuna nel regno del non spiegabile: si potrebbe dire che i fantasmi altro non sono che proiezioni di noi stessi.
Si potrebbe dire, appunto. Ma non è così, soprattutto nella buona narrativa delle autrici e degli autori della mia regione. Defilippi, Borgio, Pent, Musolino, Marenzana, Cometto, Bona, Mana, Gatti, Citi, Treves, Lanza, e altri ancora. E oggi Amanda Pitto che, da un passato misterioso e cruento trae uno spunto emozionante e coinvolgente calato con coerente lucidità nelle dinamiche contemporanee.
Estratto da “Il Testimone del Diavolo”.

Guarda il book trailer!


Maleficent: la cruda e meravigliosa realtà.

Halloween 2014. Finalmente l’ho visto! Parlo del film Maleficent, un film del 2014 diretto da Robert Stromberg, al debutto da regista, con Angelina Jolie nei panni dell’apparente cattiva. Ho letto moltissimi commenti positivi a riguardo, soprattutto della più che moderna e giusta visione di buono e cattivo, bello e brutto, giusto e sbagliato, che viene stravolta in un classico come “La bella addormentata” per rappresentare l’onestà della vita. Perché diciamocelo, credere ad un male e ad un bene assoluti non è soltanto anacronistico, è fondamentalmente ridicolo. L’ho apprezzato particolarmente per la sua caratteristica principale: far riflettere sulla natura umana e i suoi punti deboli. Ma esaminiamo il film nel dettaglio. La storia racconta di un ragazzo che si innamora di una fata, dal nome insolito:Malefica. Un uomo e una donna completamente diversi, di regni diversi. Apparentemente una banale scelta nella sceneggiatura. In questa storia però, non trionfa l’amore, o per essere più precisi, non quello a cui tutti siamo abituati a credere dalla società, dalla religione e soprattutto dalla famiglia. Siamo abituati alle favole dove si formano coppie improbabili che immancabilmente devono superare degli ostacoli per raggiungere il lieto fine. No, in Maleficent ci si lascia per sempre, come nella realtà.

Dunque cos’è l’amore? L’amore supera i confini di genere, finisce, rinasce sotto nuove forme, può esistere e non essere consciamente riconosciuto ed accettato, può essere rifiutato e presentare sfumature di odio. Può presentarsi un giorno in un gesto, in uno sguardo, e trasformare la realtà in maniera sorprendente e stupire per primi noi stessi. Può nascere e crescere anche nel male.
E in fondo cos’è il male? È estremamente curioso osservare alcune chiare metafore sul filo che divide la vita dalla morte. La bella addormentata ancora desta, rischia la vita accudita dal “bene”, perché in fondo la morte è casualità, distrazione e soprattutto mancato controllo sugli eventi.
Può quindi essere più sicuro ciò che apparentemente si mostra incerto? E come viene chiaramente mostrato nel film, l’uomo non è in grado di eliminare la sua natura violenta se non autodistruggendosi, come il Re protagonista, avido di potere e vendetta. In questo non c’è nulla di originale certo, ma rimane un concetto intramontabile e più che mai attuale, se lo colleghiamo all’inquinamento e lo sfruttamento della terra.

Ci sono chiari riferimenti all’esoterismo e allo sciamanesimo. Possiamo osservare nel rapporto con il corvo una somiglianza con lo spirito guida dello sciamano, e il bastone utilizzato in una scena molto particolare per “avviarsi” fisicamente nasconde in realtà l’iniziazione ad una nuova fase con uno strumento di potere. Ma al di là della solita solfa esoterica, esiste un segreto ben più importante, che viene svelato ai meno distratti: una maledizione (insieme a jettatura e malocchio ben conosciuti nel folklore popolare) hanno un potere devastante soltanto perché viene lanciato un messaggio alla vittima che, tramite fissazione mentale, inizia a vivere nella mania di persecuzione. Insomma come sempre,tutto è nelle nostre mani, e affibbiare ad altri colpe inesistenti è un buon modo per perdere la ragione.

Molti esponenti del mondo pagano hanno scritto la loro recensione o semplicemente una riflessione su questa grandissima interpretazione di Angelina Jolie, e mi chiedevo come mai avesse colpito così profondamente lo spirito delle persone. Da parte mia, nella vita, mi sono sprecata un sola volta a esprimere un pensiero cinematografico, nello specifico per il cult “The Wicker Man”, parlando sia dell’originale che del remake. Lo potete trovare negli articoli scritti sul mio sito, anche in versione inglese. In questo caso non mi esprimo sulla fiaba da tutti conosciuta da cui prende spunto, in quanto a mio avviso sarebbe molto banale. Onestamente, rileggendomi, non sono soddisfatta nemmeno di come ho cercato di raccontarvi la rivisitazione moderna. Credo che le parole non possano esprimere l’alchimia di questo capolavoro, perché questo è secondo me il termine adatto. Per poterne comprendere a fondo la delicatezza delle sfumature emotive, è necessario osservare la grande metafora esistenziale che si trova all’interno senza il pregiudizio che stiamo solo guardando un semplice film. E alla sua innegabile perfezione, non c’è una misteriosa spiegazione, ci sono invece delle basi di razionalità, logica e antropologia sociale. Insomma, un grande lavoro di sceneggiatura, ricco di elementi utili per comprendere i meccanismi psicologici e sentimentali di ognuno di noi.

Il ponte di Halloween

Da qualche tempo stavo ormai meditando di scrivere un articolo su Halloween. E si, avete letto bene, sulla festa definita “commerciale”, non Samhain, non la festa sacra di commemorazione degli antenati. Il mio sentirmi poco comoda nei concetti convenzionali, mi porta, dopo anni a riflettere sul significato più profondo di ogni cerimonia pagana, a ricercare nuovamente l’aspetto ludico della vita. Mi sono ritrovata, improvvisamente, ad aspettare trepidante il momento in cui poter parlare ai miei figli di quel camino dove scenderà Babbo Natale, a godermi semplicemente dei mercatini colorati e ricchi di oggettistica a maggio, e ovviamente, ad acquistare i costumi per il 31 ottobre, senza necessariamente  quindi ritualizzare in quelle che sono le feste a cui mi sono avvicinata come pagana ormai da ventidue anni. Il tempo passa ed ho scoperto un importante segreto. Non esiste niente di più logico del vivere il momento presente, sempre al meglio delle proprie possibilità. Suona un poco banale, lo so.

Mi sono dunque seduta sulla poltrona con un caffè, decisa a dare sfogo alla mia personale interpretazione filosofica del “dolcetto e scherzetto” conosciuto da tutti, quando un piccolo senso di colpa ha preso possesso della mia mente. Voglio veramente scrivere di quanto sia suggestiva una casa decorata da zucche intagliate, o inventarmi una ricetta di un dolce a tema da inserire sul mio sito, con la consapevolezza che esistono persone che ogni anno, per Halloween, raggiungono le piazze per donare la loro risposta “cristiana” e guastare i festeggiamenti delle persone? E qui, mi tocca necessariamente essere più specifica. È nato, da qualche tempo, un movimento cristiano, che si impegna ogni anno a spiegare alle persone, proprio durante gli eventi dedicati al 31 ottobre, il perché sia importante ravvedersi e non supportare una ricorrenza a loro detta demoniaca. Dopo qualche minuto di indecisione, ho reputato giusto lasciare da parte ogni idea personale, per fare ciò che secondo me è giusto. Ovvero proteggere questa meravigliosa festa, ricca di magia e suggestione, preservare i diritti degli individui e combattere l’ignoranza, che come sappiamo bene,è più tagliente di un coltello affilato, e può fare danni, spesso anche grandi.

Dunque sono qui, anch’io, a fare del mio meglio per contribuire alla Verità. Non lo farò scrivendo nulla di particolare. Lascerò semplicemente questo articolo sul mio sito come un ponte, che le persone potranno attraversare, per raggiungere, se lo vorranno, tutto ciò che è giusto conoscere su questa importante ricorrenza pagana, che con i suoi innumerevoli risvolti ludici, continua a incantare adulti e bambini. Se volete sapere tutto, ma proprio tutto, su Halloween, andate quiDSCN2444

Potete contribuire anche voi  e sostenere la causa con i vostri mezzi. Come? Informando le persone il più possibile sulla vera origine di questa festa, ad esempio parlandone con i vostri parenti e condividendo su facebook e sui social il link al sito.

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The Wicker Man: Original VS Remake

The original. Directed by Robin Hardy, 1973

There are few Pagans who can say they haven’t seen this cult Pagan film from the early seventies. The storyline follows a police sergeant and practicing Christian who travels to an island in search of a missing girl, and who discovers an entire village dedicated to a religion completely different from his own. Only at the end of the film, in the crucial scene, will he discover the real motive behind his presence on the island, and his true destiny. This does not leave the spectator with a sense of dismay, as often happens in films with such cruel finales, but with a very particular emotion and the sense of a material resolution with a strong tangible concept of the divine. The whole film transmits a sense of community, union, and evocative atmosphere that follows you through to the end of the story. In The Wicker Man, Paganism is clean, an everyday routine, lived openly. No external contamination and no search for innovation, especially relating to the philosophical and ethical aspects of the village. A sole white sheep in the middle of a lot of black sheep (or vice versa). A subtle battle, a continuous contrast between Paganism and Christianity. A delicate battle between two worlds, where the main character (even if it’s not) can do nothing but succumb, imploding in his derisive fairytale, built upon his own rationale and rigid imposition of morals. A film that can be defined as meditative and stimulating. Usually older films can be viewed as boring and unsuitable for the current generation, that is not the case for this original.

The remake. Directed by Neil LaBute, 2006

Let’s start from what this remake isn’t. It isn’t boring, and most of all it is not far off the original plot, so it can’t be dubbed a disappointment either. In reality it is a politically incorrect film. A remake would make sense if the original ending was maintained, and the happy, positive theme was emphasized that could not be expanded due to questions strictly tied to the period in which the original was filmed. It should have had more visions linked to the village and to it’s pagan every day life. It would have been appropriate to not let down those who loved the original, and to avoid it turning into a manifesto for modern feminism. What I didn’t like about the remake is its intent on portraying a cruel woman ruling an absolute and independent matriarchy which enslaves men. The air of pagan festivity from the original is totally lacking. I think the idea of this remake was to associate the woman with the queen bee, and for this reason the bee is the symbol of this film, becoming the symbolic animal of the community. This connection could only have worked in keeping with softer and more magical images. The remake is a horror film based on the ruthless image of the bee, but pagans know, as do beekeepers, that the bee is not a predator and stings only when it is in danger. This behavior is common to most animals and does not justify the way they are portrayed in the film. This remake portrays ruthless women, and I think it could have been made with a more positive look, maybe by emphasizing sisterhood rather than a coalition against men. Maybe Pagans would prefer instead to see new and other aspects of pagan ceremony. A deeper narration, and a freer exploration of elements the original could only hint at due to the time in which it was made. Sadly this remake is a classic example of a package loosely put together. Many Pagans or Pagan sympathizers, full of expectation would have wanted to surround themselves with that purely pagan atmosphere and sensation that they loved in the original film.

Piccola recensione del libro “La Farmacia in Giardino”…

“La Farmacia in Giardino – Il benessere dalle piante spontanee della zona prealpina”, edito da Anguana Edizioni.
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Apprezzo chi decide di dedicarsi a quelli che sono considerati gli aspetti più ‘contadini’ della conoscenza erboristica e antica, specialmente quando si tratta di consigli utili per la cura di se stessi nella forma più naturale possibile. Questo testo in particolare, scritto da Chiara Rancati, è ideale sia per chi è già esperto dell’argomento ,ma vuole approfondire alcune piante rintracciabili nell’arco prealpino che possono essere utilizzate a fini benefici, sia per coloro che si interessano per la prima volta di erboristeria.
il libro si occupa del riconoscimento di erbe spontanee, della raccolta, della conservazione e dell’utilizzo, ad esempio sotto forma di tisana, infuso, sciroppo, crema e molto altro. Le descrizioni delle piante sono corredate da illustrazioni, proprietà, uso interno ed esterno, avvertenze , curiosità ed usi popolari. Utilizzando le risorse preziose di questo testo, saremo in grado di approfittare di ciò che la natura, guaritrice per eccellenza, ogni giorno ci offre, ovvero la possibilità di utilizzare soluzioni veramente ‘armoniche’ per il nostro equilibrio.
Questa la descrizione data dalla casa editrice, la Anguana Edizioni: Un manuale semplice e chiaro, adatto anche ai meno esperti e ai neofiti erboristi di tutte le età. Un manuale indispensabile per chi vuole iniziare a cimentarsi subito, e utile a chi è curioso di scoprire i poteri dimenticati delle comunissime “erbacce”. Un piccolo grande libro, per iniziare a guardare il mondo con occhi nuovi, anche solo affacciandosi sulla soglia di casa; e da tenere rigorosamente non nella libreria, ma a portata di mano in cucina. Con schede a colori di12 piante di facilissima reperibilità.

L’autrice:
Nata il 2/2/1981 a Lecco e attratta fin da piccola dal mondo delle erbe officinali e dei rimedi naturali in generale, è Naturopata diplomata presso l’Istituto di Medicina Psicosomatica Riza. È appassionata di antropologia e da anni studia l’antica spiritualità nord Europea, specialmente celtica. In particolare indirizza i propri studi al Sacro Femminino ed alle antiche Sorellanze. Integra inoltre il proprio percorso spirituale praticando Core Shamanism (sciamanesimo transculturale). È istruttrice di pattinaggio sul ghiaccio, nonché fotografa e grafica amatoriale. Attualmente porta avanti un percorso di riscoperta interiore definito “La Via di Anu” con Thea Worthington, membro del britannico Obod.

Vi segnalo anche il suo bellissimo sito: www.lavocedelladea.it, dove la Spiritualità al Femminile – La Voce della Dea ci richiama sul sentiero a spirale che conduce ad Avalon, là nel profondo, dove in foreste ombrose sconosciute agli umani giace la nostra anima selvaggia in attesa di essere risvegliata.banner

Dieci regole per aspiranti scrittori.

Parliamo per una volta di come scrivere. Anzi, di come essere pubblicati. Se è vero che scrivere un libro è un diritto di chiunque voglia cimentarsi, è anche vero che lo scoglio più grande da superare è farsi pubblicare! Quando ho iniziato a partecipare ai concorsi letterari la mia più limpida intenzione era comprendere se era possibile per me essere letta e capita da qualcuno che non fosse soltanto un’amica, un parente o un conoscente considerato “di parte”. Allora, senz’altro, è consigliato uscire allo scoperto con questa prima basilare regola:   partecipare a qualche concorso letterario per mettersi alla prova.”  Fatto ciò, è possibile comprendere se siamo capaci di dare forma ai nostri pensieri in modo armonioso, e svelare finalmente se abbiamo la capacità di puntare dritto al cuore delle persone, che vorranno assorbire intimamente le nostre parole e farle proprie. E poi? Lo so, è banale ripeterlo anche qui, purtroppo mi tocca farlo e ribadirlo: bisogna leggere, leggere e ancora leggere! Perché? Ovvio…non è possibile entrare nelle dinamiche di un buon pacchetto letterario senza conoscerne centinaia di altri già costruiti da scrittori che ci hanno preceduto. Riguardo a questo, bisogna stabilire a quale genere letterario si vuole appartenere. E la seconda regola è così molto scontata:   capire di quale genere letterario ci si vuole occupare.   In fondo creare un libro dal nulla è come fare dei biscotti succulenti. La forma, la consistenza, il profumo che ci raggiunge nelle stanze di casa durante la cottura, sono tutti punti fondamentali per una buona riuscita del progetto. Dunque interroghiamoci. Cosa conosciamo? Cosa abbiamo letto nella nostra vita? Di cosa ci piacerebbe parlare? E tutto questo ci porta ad una strategia di mercato. E alle domanda fatidiche e indispensabili: cosa può servire? Cosa ancora non esiste sul mercato editoriale? Non è sbagliato scrivere quello che l’istinto ci dice,  buttare nel  mondo i nostri sentimenti e pensieri, ma qualcuno dovrà leggere ciò che scriviamo, e dunque la terza regola fondamentale è:   costruire il progetto letterario in base alle esigenze di mercato.”  Un’idea può essere ottima, però se qualcuno l’ha già sfornata prima, in Italia o nel resto del mondo, forse è il caso di passare oltre e pensare a delle nuove idee. Uno scrittore deve sempre prendere spunto dai suoi maestri letterari senza cadere nell’emulazione o triste imitazione!  Cerchiamo, prima di iniziare un libro, di capire come si potrebbe parlare di un determinato argomento senza cadere negli stessi concetti triti e ritriti. Cambiamo l’angolazione da cui osserviamo il mondo. Lo stesso vale ovviamente per un romanzo. Dobbiamo fare in modo di non inventare un’atmosfera (oscura, romantica o altro) che qualcuno ha già creato precedentemente.  Arrivati a questo punto bisogna sistemare la propria cassetta degli attrezzi. Ovvero:   utilizzare al meglio i  propri mezzi.  Non è possibile creare un libro pensando di superare sé stessi, stupire gli altri, essere necessariamente innovativi, o peggio capiti da chiunque. Bisogna utilizzare le proprie conoscenze, le proprie capacità, la buona volontà e l’impegno giusto per creare la perfetta alchimia che renderà il risultato finale unico nel suo genere,e apprezzato almeno da un target di lettori.  E poi? La sequenza successiva è riuscire a ricreare l’ambientazione giusta che possa darci ispirazione. Ovvero, un luogo dove essere completamente indisturbati e sereni per fare in modo che la nostra mente possa partorire delle idee giuste. Non ci sono dei metodi preconfezionati, ogni scrittore o aspirante tale ha le sue manie. C’è chi stacca il telefono e si chiude in uno studio debitamente adibito a zona scrittura, magari con una finestra panoramica da osservare. Chi cammina fra la gente cercando in mezzo all’umanità le parole giuste, chi ascolta lo scoppiettio di un camino in assoluto silenzio, chi si reca al bar consueto con un portatile e scrive sorseggiando una bevanda calda. Non ci sono dei veri e propri consigli a riguardo. L’unica regole è:   per quanto strambe, seguire le proprie necessità creative che stimolano il flusso di idee.”  Personalmente per poter scrivere devo essere tassativamente seduta in cucina e non devo parlare con nessuno prima di accendere il computer. Qualsiasi parola detta da chiunque mi crea un blocco emotivo.  È importante fare tutto quanto è nelle nostre possibilità per non incorrere nel fantomatico “blocco dello scrittore”!  A me ne è venuto uno che è durato otto anni. Cerchiamo di evitare tutte quelle situazioni in cui il nostro spirito cade in depressione. La sesta regola è alquanto curiosa, ma non per questo meno importante delle altre:   aiutare il proprio intuito attraverso degli esercizi utili allo scopo e mantenere la concentrazione.   Nel mio caso specifico, parlo di lunghe passeggiate che schiariscono le idee, limitazione totale della frequentazione sociale, e soprattutto di una continuità di lavoro. Nel senso che, a mio avviso, quando si crea un mondo parallelo, seppur fittizio e reale solo su carta, la cosa migliore è cercare di uscirne per fare pausa il meno possibile. Se stiamo scrivendo un romanzo, e tutto combacia, tutto fila liscio, fare qualche giorno di vacanza è onestamente una pessima idea. Quando si inizia un progetto letterario, è meglio essere completamente immersi fino allo sfinimento, ed uscirne alienati nel giusto momento. Ovvero quando si è raggiunta l’ultima pagina.  Non posso poi non citare un concetto che seppur banale a volte si perde di vista:   mantenere il segreto su ciò che si scrive.   Perché? Il primo motivo è che ciò che scriviamo non deve essere contaminato dal giudizio altrui fino a quando non abbiamo completato il lavoro. Rischierebbe di creare confusione nella nostra mente, o peggio, nel caso che piacesse moltissimo leggere le nostre pagine alla persona prescelta, darci l’illusione di essere sulla strada giusta. Se quello che stiamo scrivendo è giusto o sbagliato lo dobbiamo capire da soli mano a mano che la storia prende forma. E poi c’è un’altra questione. È possibile che qualcuno  svelto e furbo ci carpisca l’idea e, nel caso avesse dei canali editoriali veloci, sarebbe un bel problema! Dunque occhio a non spargere la voce sulle idee o possibili trame di un libro! L’ottava regola riguarda la presentazione del “pacchetto”, ovvero la sinossi. Come sapete le case editrici non hanno molto tempo a disposizione e sono sempre oberate di lavoro. Mandare una presentazione sintetica del progetto stimolando la curiosità è fondamentale.  È possibile mandare l’idea a grandi linee del progetto alle case editrici ancor prima di terminare il lavoro, visto che alcune ci mettono molti mesi a rispondere. Dunque la regola è:   scrivere una perfetta sinossi, sintetica ed efficace. E mandarla alle case editrici mirate al nostro argomento.  È inutile puntare su case editrici che non si occupano affatto degli argomenti che abbiamo trattato. È una perdita di tempo soprattutto per lo scrittore. È scontato che bisognerebbe escludere in assoluto le case editrici a pagamento, l’auto pubblicazione o produzione limitata tramite associazioni, perché anziché creare per così dire “curriculum”, si rischia di far cadere l’aspirante scrittore nel dimenticatoio come “colui che vorrebbe ma non ne è capace”…La pubblicazione alternativa di libri particolari, poco interessanti per il mercato o per soddisfazione personale, potranno essere rispolverati successivamente, quando per lo meno ci saremo fatti un nome come “veri” scrittori!  Passiamo alla nona regola, che è dedicata alla strategia successiva alla pubblicazione:   evitare la promozione selvaggia. Il libro è una creatura che nasce dalla mente dello scrittore, prende vita e deve incanalarsi per la sua strada in maniera autonoma. Postare su forum, facebook o sui siti continuamente il proprio libro come ottimo acquisto non solo lo svaluta come prodotto creativo, ma lo rende banale e artigianale, dove artigianale non è un concetto positivo ma indice di poca professionalità. E ultima regola ma non per importanza, bisogna dedicarsi all’autocritica e mantenere i piedi per terra. Ovvero:   non sopravvalutare le proprie capacità.   Un libro viene creato da molte persone che lavorano per lo stesso risultato. Dal grafico al correttore di bozze, alla casa editrice stessa che può decidere di cambiare il titolo o apportare delle modifiche al testo. La creazione appartiene a tutti coloro che stanno lavorando per vendere il prodotto finale. Dunque ci vogliono pazienza ed umiltà.  Umiltà è una brutta parola nell’ambiente degli scrittori, ma se si perde quel tocco magico che ci permettere di avere l’ispirazione, perché l’anima si è inaridita mettendosi su un piedistallo, il flusso di idee buone non tarderà a bloccarsi!  Ed infine, un ultimo spassionato consiglio: Ascoltate ciò che vuole uscire dal vostro mondo interiore, le voci che sussurrano domande e risposte, perché è lì che dimora l’Arte!